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PROGETTAZIONE SOCIALE E DESIDERIO….CORSO DI FORMAZIONE 29 GIUGNO 2012 MILANO

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Lavorare sulla progettazione sociale, nel tessuto della quotidianità, ha a che fare con gare d’appalto, con la risposta a bandi di gara, a call for proposals e a call for tender. In uno scenario nuovo come nel nuovo welfare, fondato sui quasi mercati e sul finanziamento della domanda, attraverso voucher, la progettazione ha a che fare con il mercato, con la delineazione di servizi appealing, con l’attrattività nei confronti dell’utente / cliente. Lavorare sulla progettazione sociale, in quest’ottica, conduce a perdere di vista il senso ultimo del lavoro, e del perché amiamo lavorare nel sociale e per organizzazioni non profit. In realtà la progettazione è un’agire che riguarda il futuro, quindi, in ultima analisi, riguarda il desiderio. Esiste un patrimonio di technicality della progettazione, sicuro. Tecniche per identificare correttamente il bisogno, le esigenze espresse e implicite dei destinatari degli interventi, il quadro strategico e normativo, il rilievo delle risorse e dei rischi, la pianificazione cronologicamente e logicamente ordinata delle azioni da realizzare. Ma queste tecniche sono vuote se sono applicate senza prima una autentica esplicitazione del desiderio, della motivazione, della ragione ultima per cui decidiamo di accettare una sfida, di creare un’opera nel mondo che prima non c’era, di mettere alla prova le nostre idee confrontandole con la realtà. La potenza e la bellezza delle opere sociali, delle iniziative concepite e realizzate per il bene comune, sta proprio nel valore rivoluzionario del desiderio di fare il bene, di agire cioè per qualcosa di più alto, e diverso rispetto all’interesse personale. Un buon progetto non è solo un progetto “che funziona”, coerente, fattibile e accurato, ma è soprattutto un progetto “che coinvolge”, capace cioè per la forza dell’idealità che lo sostiene, di creare condivisione e consenso. Nel nostro percorso professionale abbiamo incontrato esperienze entusiasmanti, nate per il desiderio e le intuizioni di un fondatore carismatico o di un gruppo di fondatori appassionati, che sono riusciti a raccogliere energie e forze intorno al nocciolo della propria idea, per creare opere che rendono il nostro mondo più bello. Dallo studio di queste esperienze abbiamo individuato i punti comuni, gli elementi fondanti, che hanno permesso a ognuno di rendere reale ciò che pareva troppo ambizioso o impossibile. In ognuno il desiderio ha un ruolo cruciale. Questo è il fondamento su cui abbiamo costruito i percorsi di progettazione sociale, che diventano dunque non solo corsi dove si trasferiscono nozioni (le tecniche di progettazione), ma dove cerchiamo di crescere insieme, mettendo in discussione certi circuiti consolidati del nostro modo di pensare, in modo da ampliare il campo del possibile. Perché se vogliamo che il futuro sia diverso dal presente, abbiamo una solo strada: immaginarlo e progettarlo migliore.

Articolo del Dott. Simone Cerlini docente del corso di formazione del 29 giugno insieme a NON PROFIT ON LINE.

 Per approfondire i temi sulla Progettazione Sociale, vi aspettiamo venerdì 29 giugno 2012 a Milano per il corso organizzato da NON PROFIT ON LINE e MBS su “La progettazione sociale per le organizzazioni non profit” per info

http://www.nonprofitonline.it/default.asp?id=346&idp=31

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Written by mbsfundraisingblog

maggio 30, 2012 at 3:27 pm

2 Risposte

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  1. Un anno fa, circa, mi è capitato tra le mani un volantino che pubblicizzava un corso di formazione in europrogettazione finanziato con i voucher regionali di Alta Formazione. Qualcosa (tra cui il desiderio di percorrere un’ulteriore strada nel mondo del lavoro) mi ha spinto ad iscrivermi. Non so bene cosa mi aspettassi allora, forse qualcosa di simile ad un corso universitario con in aggiunta un po’ di pratica sul campo. Posso però dirvi cosa ho trovato: teoria (un po’), pratica (tantissima), e professionisti, sì, ma soprattutto persone che amano il proprio lavoro. Sulle prime è stato destabilizzante. Perché tutto, oggi, ti porta a pensare che la gente lavori perché deve farlo, non perché ama farlo. Invece, il desiderio che ho letto negli occhi di queste persone, di fare e fare bene, la volontà di credere che altri orizzonti siano possibili e che noi possiamo contribuire a costruirli mi ha ridato fiducia e mi ha cambiata. Non solo perché attraverso l’apprendimento di technicality di progettazione ho acquisito strumenti per tradurre le mie idee in progetti operativi (strumenti per i quali sarò sempre grata al prof. Cerlini e che non smetterò di studiare), ma soprattutto perché mi è diventato chiaro che non possiamo, in nessun caso, convincere qualcuno a credere nelle nostre idee se non ci crediamo e non le amiamo noi per primi. Nessun progetto, per quanto magnificamene scritto, passerà il vaglio se non crediamo nelle sue potenzialità (fiducia che si percepisce già dal progetto stesso). Perché qualcuno dovrebbe credere (e finanziare) progetti in cui il proponente sembra avere scarsa fiducia e ancor meno coinvolgimento? Nessuno, per quanti soldi abbia da buttare, è così stupido da finanziare qualcuno che non crede che quello che sta facendo sia utile, produttivo, valido.

    Mi sono più volte tornate alla mente durante il corso – e hanno acquisito spessore – le parole di Jobs a Stanford: “stay hungry, stay foolish”. Bisogna essere affamati di futuro, di desiderio, essere curiosi, non aver paura dell’avventura; e credere, credere follemente nelle possibilità di realizzare il cammino intrapreso con ogni progetto, crederci così tanto da portare qualcun altro a crederci con noi, senza arrendersi davanti ai detrattori. E porre così la prima pietra del cambiamento. Tutti gli strumenti del mondo non varranno mai quanto il desiderio folle di fare. Tutti gli strumenti del mondo non hanno senso, se non c’è un desiderio folle per cui farli lavorare.

    Alessandra

    maggio 31, 2012 at 9:23 am

  2. La mia figura, quella dell’architetto, nasce, cresce e si realizza attraverso la progettazione, intesa come “ideare una cosa e studiare le possibilità e i modi per eseguirla”.
    Di default impariamo a progettare, secondo una sequenza logica di azioni, il cui risultato finale è rendere concreta un’idea, che prende forma nella nostra mente.
    Il desiderio primario è che l’idea si realizzi, così come l’abbiamo immaginata.
    In base a questa premessa, s’intuisce che il corso si sia rivelato utilissimo a perfezionare le mie consuetudini progettuali, alla luce delle “technicality” acquisite e comprendendo la logica di certi passaggi, spesso, eseguiti in maniera puramente meccanica. Ho avuto modo, inoltre, di capire quanto questi criteri siano trasversalmente applicabili ad infiniti campi, non ultimo quello così complesso della vita, che definirei l’”opera magna”, composta dall’insieme dei nostri desideri.
    Le lezioni del Prof. Cerlini sono una carica di adrenalina, incrementano la “speranzosità” (se seguirete il corso capirete meglio) e, almeno per me, hanno aperto le porte alla possibilità di essere architetto di progetti la cui struttura non è cemento armato o acciaio, ma rigore logico, consapevolezza delle proprie competenze e massima “mobilitazione del desiderio”!!

    Viviana

    maggio 31, 2012 at 2:33 pm


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